Controllare la serratura della porta di casa due, tre, persino quattro volte prima di andare a dormire non è solo un tic nervoso, ma un comportamento che, secondo recenti studi sulla personalità, è legato a un alto livello di coscienziosità. Contrariamente a quanto si possa pensare, questa abitudine non è necessariamente un segnale d’allarme, ma potrebbe essere la spia di un carattere estremamente affidabile e meticoloso. Ma come può un gesto apparentemente ansioso nascondere un tratto così positivo della nostra personalità?
“Ogni sera, è più forte di me. Devo tornare indietro e sentire il ‘clic’ della serratura. Solo allora la mia mente si calma e posso finalmente dormire serena,” confessa Chiara Rossi, 38 anni, commercialista di Bologna. “Sul lavoro i miei colleghi dicono che sono la persona più precisa che conoscano, forse le due cose sono collegate.” Questa testimonianza riflette l’esperienza di milioni di italiani, intrappolati in un piccolo rito di sicurezza che scandisce la fine della loro giornata.
Il cervello in modalità “sicurezza”: cosa si nasconde dietro questo rituale?
Quella che chiamiamo comunemente una “fissazione” è in realtà un meccanismo psicologico complesso. Questa abitudine nasce da un’interazione tra memoria, ansia e un bisogno innato di controllo sul proprio ambiente. Capire le sue radici è il primo passo per trasformare questo comportamento da fonte di stress a punto di forza.
Un bisogno primordiale di controllo
Fin dalla preistoria, l’essere umano ha cercato di rendere sicuro il proprio rifugio. Controllare la chiusura della “caverna” era una questione di sopravvivenza. Oggi, questo istinto si manifesta in gesti moderni. Questo rituale notturno è l’eco di un bisogno ancestrale: assicurarsi che il nostro “nido” sia protetto dai pericoli esterni. È un’ancora comportamentale che ci fa sentire padroni della nostra sicurezza in un mondo percepito come incerto.
La memoria che gioca brutti scherzi
Vi è mai capitato di chiudere la porta e, un secondo dopo, non essere sicuri di averlo fatto? Si chiama “fallimento della memoria prospettica”. Il gesto è talmente automatico che il nostro cervello non lo registra come un evento significativo. La ripetizione del controllo è un tentativo di creare un ricordo più vivido e certo, di trasformare un automatismo radicato in un’azione consapevole.
Quando l’ansia bussa alla porta
Non si può negare il legame tra questa consuetudine e l’ansia. Secondo dati recenti dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, i disturbi d’ansia colpiscono oltre 2 milioni di persone in Italia. Per molti, il controllo ripetuto è una strategia per placare un’ansia latente. Questo piccolo rito di sicurezza agisce come un calmante, un modo per silenziare i “e se…” che affollano la mente prima di dormire.
Da fissazione a punto di forza: il lato positivo della meticolosità
E se questo copione mentale, invece di essere un difetto, fosse la manifestazione di una qualità preziosa? Nel mondo del lavoro e nelle relazioni personali, l’affidabilità e l’attenzione ai dettagli sono doti ricercatissime. Quella che di notte sembra un’ossessione, di giorno può tradursi in un’incredibile risorsa.
Un indicatore di grande affidabilità
“La persona che controlla la porta tre volte è spesso la stessa che rilegge un’email tre volte prima di inviarla o che verifica ogni singolo dato in un foglio di calcolo,” spiega il Dott. Marco De Angelis, psicologo del lavoro presso l’Università Bocconi di Milano. “Questa abitudine rivela una personalità coscienziosa, una persona che non lascia nulla al caso e su cui si può contare.” Questo schema mentale di verifica è sinonimo di serietà e responsabilità.
La “doppia verifica” come strategia di successo
In settori dove la precisione è tutto – dalla chirurgia all’ingegneria aerospaziale, fino all’alta moda italiana – la prassi della “doppia verifica” è la norma. Questo comportamento, su scala domestica, replica la stessa logica: ridurre al minimo il margine di errore. Chi adotta questa routine nella vita privata ha spesso un’inclinazione naturale per la qualità e l’eccellenza anche in ambito professionale.
Il confine sottile: quando questa abitudine diventa un problema?
È fondamentale distinguere una semplice abitudine da un potenziale disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). La linea di demarcazione è l’impatto sulla qualità della vita. Se il rituale richiede molto tempo (più di un’ora al giorno), causa un’angoscia significativa o interferisce con le attività quotidiane e le relazioni sociali, è consigliabile parlarne con il proprio medico di base, che potrà indirizzare a uno specialista. Ma per la maggior parte delle persone, rimane una peculiarità innocua.
Gestire l’impulso senza combatterlo: strategie pratiche
Invece di lottare contro questo automatismo, è più efficace imparare a gestirlo. L’obiettivo non è eliminarlo, ma renderlo meno invadente e più consapevole, trasformando una ripetizione ansiosa in un singolo gesto pieno di intenzione.
La tecnica della “verifica consapevole”
La prossima volta che chiudete la porta, fermatevi un istante. Siate pienamente presenti. Sentite il peso della chiave nella mano, ascoltate il suono metallico della serratura che scatta, osservate la maniglia. Potete anche dire a voce alta: “Ora sto chiudendo la porta a chiave”. Questo semplice atto di mindfulness crea un ricordo forte e indelebile, riducendo il bisogno di controlli successivi.
Creare un “gesto di conferma”
Associate la chiusura della porta a un altro gesto. Ad esempio, subito dopo aver girato la chiave, toccatevi la tasca dove la riponete o fate un piccolo cenno con la testa. Questa seconda azione, collegata alla prima, rafforza il ricordo e serve come segnale di conferma per il vostro cervello che il compito è stato eseguito correttamente.
Riscrivere il copione mentale
Quando sentite l’impulso di tornare a controllare, fermatevi e fate un respiro profondo. Dite a voi stessi: “Ho controllato consapevolmente. La casa è sicura. Posso rilassarmi”. Si tratta di un piccolo esercizio di riprogrammazione cognitiva che, con il tempo, può aiutare a ridurre la dipendenza da questa abitudine rassicurante.
In conclusione, controllare la porta più volte non è necessariamente il sintomo di un problema. Spesso, è il riflesso di una personalità attenta, responsabile e degna di fiducia, qualità che sono preziose in ogni aspetto della vita. Questo piccolo rituale notturno può essere visto non come una debolezza, ma come l’altra faccia della medaglia di una grande forza interiore.
I punti chiave da ricordare sono che questa abitudine nasce da un bisogno di controllo e da meccanismi di memoria, può essere un indicatore di grande coscienziosità professionale, e può essere gestita con semplici tecniche di consapevolezza. E se questo gesto, in fondo, non fosse altro che il custode silenzioso della nostra tranquillità, un piccolo prezzo da pagare per una notte di sonno sereno?
FAQ: Le vostre domande più comuni
È normale controllare le cose più volte?
Sì, è un comportamento molto comune. Molte persone hanno piccole routine di controllo, che si tratti della porta, del gas o della sveglia. Diventa un problema solo quando causa un disagio significativo o interferisce con la vita di tutti i giorni. Per la maggior parte delle persone, è solo una peculiarità del carattere.
Questa abitudine è un sintomo di un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)?
Non necessariamente. Il DOC è una condizione clinica specifica in cui le compulsioni (come i controlli) sono eseguite per alleviare un’ansia intensa causata da pensieri ossessivi e invadenti. Una semplice abitudine di controllo, anche se ripetuta, non è di per sé un DOC se non è accompagnata da una sofferenza psicologica e da una compromissione del funzionamento quotidiano.
Come posso ridurre la necessità di controllare la porta così spesso?
Le tecniche di mindfulness e consapevolezza sono molto efficaci. Provate a eseguire l’azione di chiusura con la massima attenzione, verbalizzandola (“sto chiudendo la porta”). Un’altra strategia è associare all’azione un gesto di conferma, come toccarsi la tasca delle chiavi. Questo aiuta a creare un ricordo più solido e a ridurre il dubbio.
Dovrei vergognarmi di questa abitudine?
Assolutamente no. Come abbiamo visto, questa abitudine può essere legata a tratti di personalità molto positivi come l’affidabilità e la precisione. Invece di vederla come un difetto, provate a considerarla come la manifestazione di un vostro punto di forza, imparando a gestirla affinché non diventi una fonte di stress.









