Una violenta e inaspettata tempesta di polvere su Marte potrebbe essere la chiave per risolvere uno dei più grandi misteri del nostro sistema solare: dove è finita tutta l’acqua del Pianeta Rosso? Contrariamente a quanto si pensava, non si tratterebbe di un processo lento e costante, ma di eventi climatici estremi e localizzati che “sparano” letteralmente il vapore acqueo nello spazio. Questa scoperta, basata su dati recentissimi del 2026, ribalta le nostre conoscenze sul clima marziano.
“Lavoro da anni sui modelli climatici planetari e questa scoperta è semplicemente sbalorditiva”, confessa Marco Bianchi, 48 anni, ingegnere aerospaziale di Torino. “Pensavamo di avere un quadro abbastanza chiaro, ma l’idea che una singola tempesta estiva possa avere un impatto così devastante sulla perdita d’acqua di un intero pianeta ci costringe a rivedere tutto. È come scoprire che il colpevole di un mistero era sotto i nostri occhi, ma era molto più scaltro di quanto immaginassimo.”
Un passato blu per il Pianeta Rosso
Oggi vediamo Marte come un deserto freddo e arido, una sfera color ruggine spazzata da venti gelidi. Ma non è sempre stato così. Le prove geologiche raccolte in decenni di esplorazione, anche grazie a un fondamentale contributo tecnologico italiano, dipingono un quadro molto diverso del suo lontano passato. Immaginate un mondo con fiumi, laghi e forse persino un vasto oceano nell’emisfero settentrionale.
Uno studio pubblicato proprio all’inizio del 2026 ha rafforzato questa ipotesi, suggerendo che il nostro vicino cosmico fosse un tempo “un pianeta blu, simile alla Terra”. I letti di fiumi prosciugati che serpeggiano sulla sua superficie, i minerali che possono formarsi solo in presenza di acqua e le linee costiere fantasma sono le cicatrici di un’era umida e dinamica. Il quarto pianeta dal Sole era un mondo vivo, molto diverso dal deserto silenzioso che conosciamo oggi.
La domanda che assilla gli scienziati da generazioni è tanto semplice quanto complessa: se Marte aveva così tanta acqua, che fine ha fatto? Per molto tempo si è ipotizzato un lento dissanguamento verso lo spazio, ma i conti non tornavano. Mancava un pezzo del puzzle, un meccanismo rapido e potente in grado di spiegare una perdita così colossale.
La prova definitiva: una tempesta mai vista prima
La risposta è arrivata da un osservatore d’eccezione: il Trace Gas Orbiter (TGO) della missione ExoMars, un progetto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cui l’Italia, con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e aziende come Thales Alenia Space, gioca un ruolo da protagonista. Grazie a strumenti di precisione, il TGO analizza costantemente l’atmosfera del Pianeta Rosso, svelandone i segreti più nascosti.
E proprio durante l’estate boreale dell’anno marziano 37 (corrispondente al periodo 2022-2023 sulla Terra), gli scienziati hanno assistito a un fenomeno mai registrato prima, i cui dati sono stati analizzati e pubblicati nel corso del 2026. Un evento che ha cambiato per sempre la nostra comprensione del clima di questo mondo affascinante.
L’occhio hi-tech della missione ExoMars
Lo strumento chiave di questa scoperta si chiama NOMAD, un sofisticato spettrometro a bordo del TGO. Il suo compito è misurare la composizione e la struttura verticale dell’atmosfera marziana. È come avere una TAC costante del cielo di Marte, in grado di rilevare la presenza di vapore acqueo, polvere e la formazione di nubi con una precisione senza precedenti.
Questo occhio hi-tech, frutto di una collaborazione scientifica internazionale, ha permesso di osservare in diretta un evento che i modelli climatici attuali non erano in grado di prevedere. Un’anomalia che si è rivelata essere il tassello mancante per spiegare la grande fuga dell’acqua dal gemello arido della Terra.
Durante la stagione estiva, considerata fino ad oggi relativamente “tranquilla” per quanto riguarda il trasporto di acqua in alta quota, NOMAD ha rilevato un’impennata anomala di vapore acqueo. La causa? Una tempesta di polvere di un’intensità e localizzazione inedite. Un vero e proprio “uragano” di polvere che ha agito come un ascensore cosmico per le molecole d’acqua.
Cosa è successo nell’estate del 2026?
L’analisi dei dati, completata nel 2026, ha mostrato che questa tempesta eccezionale ha sollevato enormi quantità di vapore acqueo fino ad altitudini comprese tra 60 e 80 chilometri. In queste zone remote dell’atmosfera marziana, la quantità di acqua ha raggiunto picchi fino a dieci volte superiori alla norma stagionale. Un fenomeno mai osservato negli anni marziani precedenti.
In pratica, la tempesta ha creato un “camino” verticale che ha bypassato le normali barriere atmosferiche, trasportando l’acqua direttamente nella zona più vulnerabile dell’atmosfera del Pianeta Rosso. Un’area dove le molecole d’acqua sono esposte senza difese all’azione distruttiva della radiazione solare.
Il meccanismo della “fuga” dell’acqua spiegato
Una volta raggiunta l’alta atmosfera, per le molecole d’acqua (H₂O) inizia un processo di non ritorno. A quelle altitudini, la debole atmosfera di Marte non offre più protezione contro la luce solare diretta. La radiazione ultravioletta agisce come una forbice molecolare, spezzando i legami che tengono uniti idrogeno e ossigeno.
Questo processo, chiamato fotodissociazione, è il cuore del meccanismo di perdita. Libera gli atomi di idrogeno, che sono estremamente leggeri. Così leggeri da non essere più trattenuti dalla debole gravità del nostro vicino cosmico. L’idrogeno, componente fondamentale dell’acqua, semplicemente si disperde nello spazio per sempre.
Un impatto misurabile: la fuga è aumentata di 2,5 volte
L’aspetto più impressionante di questa scoperta è la sua scala. Dopo il passaggio della tempesta, gli strumenti hanno misurato un aumento della fuga di idrogeno verso lo spazio di circa 2,5 volte rispetto agli stessi periodi negli anni precedenti. Un incremento enorme, causato da un singolo evento climatico.
Questo dimostra che la scomparsa dell’acqua da Marte non è solo un processo lento e graduale, ma è scandito da questi eventi catastrofici e improvvisi. Una singola, potente tempesta estiva può contribuire alla perdita d’acqua più di anni di lenti processi atmosferici. Il mistero del mondo desolato che osserviamo oggi è un po’ più chiaro: la sua acqua non è solo evaporata lentamente, è stata violentemente strappata via da tempeste titaniche.
Questa nuova comprensione del clima marziano è fondamentale. Non solo ci aiuta a ricostruire il passato del quarto pianeta, ma fornisce anche dati cruciali per le future missioni umane. Capire il meteo estremo di Marte è un passo indispensabile per garantire la sicurezza dei futuri esploratori che un giorno cammineranno sulla sua superficie color ruggine.
FAQ: Domande e risposte sul mistero dell’acqua marziana
Perché Marte è chiamato il Pianeta Rosso?
Marte deve il suo caratteristico colore rossastro all’abbondante presenza di ossido di ferro sulla sua superficie. È letteralmente un pianeta arrugginito. La polvere fine e ricca di ferro viene sollevata dai venti, conferendo al cielo e al paesaggio la tipica tonalità ocra-rossa.
C’è ancora acqua su Marte oggi?
Sì, ma si trova principalmente sotto forma di ghiaccio. Grandi calotte polari contengono enormi riserve di ghiaccio d’acqua e anidride carbonica. Inoltre, si ritiene che esista ghiaccio nel sottosuolo a latitudini più basse e recenti scoperte suggeriscono la possibile presenza di laghi di acqua liquida e salata sotto la calotta polare meridionale.
Questa scoperta significa che c’era vita su Marte?
Questa scoperta non prova l’esistenza passata di vita, ma ne rafforza la possibilità. La presenza di acqua liquida per lunghi periodi in passato è considerata un prerequisito fondamentale per lo sviluppo della vita come la conosciamo. Sapere che Marte è stato un pianeta umido rende la ricerca di biofirme (tracce di vita passata) un obiettivo ancora più avvincente per le missioni attuali e future.
Qual è il ruolo dell’Italia nell’esplorazione di Marte?
L’Italia ha un ruolo di primo piano nell’esplorazione di Marte. L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) è un partner chiave dell’ESA in programmi come ExoMars. L’industria aerospaziale italiana, con aziende leader come Leonardo e Thales Alenia Space, ha sviluppato tecnologie fondamentali per le missioni, tra cui trapani per perforare il suolo marziano, radar per sondare il sottosuolo (che hanno contribuito a scoprire i laghi subglaciali) e componenti cruciali per orbiter e lander.









